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04/07 2018
Salute e Ricerca

Una mamma che non si arrende

— di Lino Grossano

Anna ha 30 anni, due bimbe piccole, e non può essere più felice di così. Poi scopre di aspettare un altro bimbo: è un maschietto, che lei e suo marito tanto desideravano. Esisteva quindi una gioia ancora più grande. Che si infrange al primo test del sangue, prescritto dal suo ginecologo. Anna ha contratto il Citomegalovirus: sul referto c’è solo la sigla CMV e un asterisco, a segnare che i valori sono fuori dal limite. Cerca su internet per capire cosa comporta: e si spaventa a leggere delle conseguenze che il virus potrebbe avere sul suo bimbo, come ritardo mentale e sordità congenita. La prima reazione è anche la più dolorosa: Anna vuole interrompere la gravidanza. Non se la sente di mettere al mondo un bimbo con difficoltà così grandi. La seconda reazione è quella di una mamma che non si arrende: rivolgersi a un centro specializzato, come quello per le infezioni in gravidanza del Policlinico di Milano.

 

L'infezione da Citomegalovirus - spiega la responsabile del centro, Beatrice Tassis - è la prima causa infettiva al mondo di ritardo mentale. Ma su 100 donne che contraggono il virus in gravidanza, solo 2 o 3 incorrono in questo rischio: nella stragrande maggioranza dei casi i bimbi nasceranno perfettamente sani, o tuttalpiù con problemi che si possono considerare lievi e perfettamente gestibili, come ad esempio un indebolimento dell'udito chiamato ipoacusia”. Il grande problema con questo virus “è che non esiste un vaccino, né una terapia raccomandata dalla letteratura scientifica. Anche per questo il test per il CMV è facoltativo, prescritto a discrezione del ginecologo. È quindi un esame che andrebbe fatto dopo averne discusso con la paziente, in modo che sappia affrontare al meglio il suo risultato”. 
 

Gli esperti spiegano ad Anna la situazione e le consigliano di fare l’amniocentesi, l’unico modo per verificare se il virus è arrivato al feto oppure no. Il problema è che Anna è all’ottava settimana di gravidanza, e potrà fare l’amniocentesi solo alla ventesima settimana: dovrà quindi aspettare tre mesi senza sapere se il suo bimbo è sano. “Un’attesa che non è certo facile - racconta Beatrice Tassis - ma quello che facciamo è proprio accompagnare e sostenere la donna: oltre al supporto psicologico facciamo ecografie più ravvicinate. Non possono escludere un possibile passaggio del virus al feto o un eventuale danno; ma per la futura mamma il fatto di vedere il feto che cresce bene, che ha un’anatomia normale, che si muove, è comunque rassicurante”. L’attesa è lunga, ma viene ripagata: l’amniocentesi è negativa, il virus non è arrivato al bimbo. La gravidanza arriva al termine, e il piccolo Elia viene alla luce, perfettamente sano. Niente male, per un bimbo che poteva anche non nascere. 

L’Ambulatorio per le infezioni in gravidanza segue circa 150 pazienti all’anno: in metà dei casi si tratta proprio di donne che hanno contratto il CMV, ma ce ne sono almeno 3 su 10 che hanno scoperto di avere la toxoplasmosi, un 10% con varicella in gravidanza, e non mancano casi di virus HIV e Zika. Qual è allora il consiglio da dare a una donna in dolce attesa che si scopre positiva a un virus? “Quello di rivolgersi a un centro specializzato in patologie infettive in gravidanza - conferma la specialista - dove avrà tutte le informazioni del caso e dove verrà analizzata nel dettaglio tutta la sua situazione. Moltissime volte vediamo esami positivi che poi si dimostrano non essere tali: questo accade perché non tutti i laboratori possono fare questi esami con la stessa qualità.
E anche di fronte a una conferma di positività, bisogna capire quello che l’infezione può comportare, e come la si può affrontare al meglio”. 


Battere il virus con la scienza
Non è casuale che Anna abbia contratto il virus: uno dei veicoli di trasmissione più frequenti sono i liquidi biologici di bambini piccoli, come urina, saliva o lacrime. Quindi mamme con bimbi piccoli, ma anche donne che li accudiscono per lavoro (come educatrici o baby-sitter) contraggono il CMV più frequentemente. Le giuste norme igieniche e i comportamenti corretti però, potrebbero fare la differenza. Per dimostrarlo il Policlinico partecipa a uno studio scientifico finanziato da Regione Lombardia, e che coinvolge in tutto 11 punti nascita. L’obiettivo è dimostrare che educare le donne alle norme igieniche e comportamentali può ridurre il rischio di contrarre il virus, e abbassare drasticamente la percentuale di bimbi nati con ritardo mentale e sordità congenita.