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26/03 2026
Salute

Mille giorni che decidono la salute, dal concepimento ai primi due anni di vita

— di Monica Cremonesi

Ci sono mille giorni – dal concepimento ai primi due anni di vita – che decidono la salute di una persona. E poi ci sono mille giorni che segnano una direzione professionale. Con la professoressa Irene Cetin, una delle scienziate più citate al mondo sui temi della gravidanza e della salute materno-fetale, alla guida dell’Ostetricia del Policlinico di Milano – primo punto nascita in Italia con quasi 6.000 bambini ogni anno – abbiamo intrecciato questi due tempi: la scienziata e la donna, la clinica e la nonna, la ricerca e l’emozione.

Professoressa, partiamo da lei. Qual è l’ultimo libro che ha letto?
Sto leggendo Quello che possiamo sapere di Ian McEwan. Come spesso accade con lui, l’inizio è impegnativo, ma poi il libro si apre e diventa profondissimo. Poco prima ho letto Amabili resti di Alice Sebold. Leggo molte autrici ma non scelgo in base al genere. Mi interessa la qualità della scrittura, la capacità di entrare nell’animo umano.

Ricorda il primo parto a cui ha assistito?
Benissimo. Era il 1986, in Mangiagalli, quando ero ancora specializzanda. Mi sono commossa. E mi commuovo ancora oggi, se seguo un parto dall’inizio alla fine. È un momento potentissimo: clinico, certo, ma anche emotivo. C’è un imprinting che si crea tra madre e bambino – e, se presente, anche con il partner – che va oltre qualsiasi indicatore misurabile.

È anche per questo che ha promosso la presenza del papà in sala operatoria?
Sì. All’inizio c’era qualche resistenza, oggi è naturale. L’esperienza della nascita conta. Anche quando il parto avviene con cesareo, è importante creare uno spazio relazionale, non solo tecnico. Perché quell’istante lascia una traccia profonda.

C’è stato un parto che l’ha cambiata?
Un evento avverso accaduto nei miei primi anni da specialista. Quell’esperienza mi ha fatto capire fino in fondo la responsabilità enorme che abbiamo. È stata la spinta a occuparmi con determinazione di prevenzione della mortalità materna e perinatale, ambito in cui oggi coordino attività di sorveglianza e miglioramento continuo.

Quali sono oggi i suoi incarichi istituzionali?
In Lombardia sono responsabile, insieme al professor Enrico Ferrazzi, della Rete Ostetrico-Neonatale e della sorveglianza della mortalità materna. È un lavoro che significa monitorare i percorsi nascita, analizzare criticità, supportare i punti nascita più fragili. A livello nazionale sono entrata a fare parte del Comitato Percorso Nascita del Ministero della Salute: un tavolo tecnico dove la dimensione scientifica dialoga con quella organizzativa e istituzionale.

La medicina cambia, evolve. E così anche l’ostetricia. Che consiglio darebbe alle nuove generazioni?
Oggi far nascere un bambino non è un atto semplice o solo “naturale”. Le gravidanze sono più complesse: età materna più avanzata, patologie croniche, procreazione medicalmente assistita. L’ostetricia è diventata altamente tecnologica: ecografia avanzata, diagnostica prenatale, monitoraggi sofisticati, gestione multidisciplinare dei casi ad alto rischio.

Alle nuove generazioni dico: studiate a fondo la fisiologia, perché solo conoscendo il normale si riconosce il patologico. Ma allo stesso tempo formatevi sulle tecnologie e sulle emergenze: l’ostetricia resta anche una disciplina chirurgica.
Accompagnare una gravidanza per mesi e garantire sicurezza al momento del parto richiede competenze scientifiche solide, capacità tecnica e grande responsabilità.

Qual è la frase che sente dire più spesso prima del parto?
“Non so se ce la farò”. È una paura molto diffusa. Oggi c’è un forte bisogno di controllo, di sapere cosa accadrà. Da una recente indagine su 700 donne che hanno partorito in Mangiagalli nel 2025, l’85% si è dichiarato pienamente soddisfatto dell’esperienza. Dove emerge insoddisfazione, quasi sempre è perché qualcosa ha deviato dal percorso immaginato.

Dobbiamo lavorare anche su questo: preparare alla possibilità dell’imprevisto.

E subito dopo la nascita?
Se il bambino non piange immediatamente, la prima domanda è: “È vivo?”. La preoccupazione è sempre per lui.

Lei parla spesso dei primi mille giorni. Perché sono così importanti?
Perché in quel periodo si costruiscono le basi biologiche e relazionali della salute futura. La gravidanza è un momento di grande fisiologia, ma anche di rischio: in quei nove mesi il rischio di grave morbilità materna è più alto rispetto agli anni precedenti e successivi. Investire sui mille giorni significa prevenire patologie future, dalla crescita fetale alle malattie metaboliche, fino al benessere psichico.

Avete recentemente ottenuto un finanziamento ministeriale su questi temi che sono di attualità su vari fronti.
Sì, coordiniamo il progetto “SOS Mamma”, finanziato dal Ministero della Salute. È un grant competitivo che punta a prevenire il disagio psichico perinatale attraverso gruppi di esperti. Oggi, mentre le cause tradizionali di morte materna sono diminuite, il suicidio sta assumendo un peso crescente nei Paesi occidentali. È un segnale che non possiamo ignorare.

Il Policlinico è anche un grande ospedale di ricerca. In quali ambiti avete fatto emergere casistiche di eccellenza?
Il Policlinico è il primo IRCCS pubblico in Italia per i risultati della ricerca. In ostetricia abbiamo valorizzato e portato a livello internazionale casistiche importanti già presenti ma non sempre raccontate. Penso alle anomalie della placentazione, come placenta previa e accreta; alle patologie autoimmuni in gravidanza, in stretta collaborazione con immunologi e reumatologi; alle cardiopatie materne, con un team multidisciplinare dedicato e alle gravidanze in donne oncologiche, in sinergia con centri di riferimento come lo IEO. Il mio lavoro, insieme a quello di molti colleghi del Policlinico, è stato anche questo: trasformare eccellenze cliniche in evidenza scientifica riconosciuta a livello internazionale.

È tra le Top 2% World Scientists secondo la classifica dell’Università di Stanford. Che significato ha?
È un riconoscimento che fa piacere, ma vale nella misura in cui la ricerca migliora l’assistenza. Fare bene non basta: bisogna anche condividere, pubblicare, costruire reti.

Quando non fa il medico?
Leggo, viaggio, scio – con un po’ di prudenza – e da poco sono nonna. Cerco di godermi il mio nipotino Alessandro nato pochi mesi fa in Mangiagalli. Essere nonna ti riporta all’essenza: ti ricorda perché ogni nascita conta.

I suoi primi mille giorni in Policlinico? Tre aggettivi.
Sfidanti. Soddisfacenti. E segnati dalla tenacia. In una struttura grande e complessa il cambiamento richiede tempo. Ma passo dopo passo, una visione prende forma.

Mille giorni e mille ancora. Buon lavoro Professoressa Cetin

 

I primi 1000 giorni decidono la nostra salute

La scienza ha evidenziato che esiste una finestra temporale “sensibile” che pone le basi a una crescita armoniosa del bambino e al suo benessere in età adulta.

A partire dal preconcepimento, passando per i nove mesi di gravidanza, fino al secondo compleanno, i futuri genitori con il loro stile di vita e le loro scelte hanno un impatto rilevante sulla salute dei figli.

Quindi, non c’è solo una predisposizione “scritta” nel corredo genetico, ma una plasticità evolutiva che, nei periodi chiave della vita intrauterina e della primissima infanzia, può influenzare lo sviluppo del bambino.


 

 

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