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13/01 2026
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#RICERCA. Epatite Delta: nuove prospettive terapeutiche per la più aggressiva delle epatiti virali croniche

— di Redazione

La ricerca continua ad aprire nuove strade nel trattamento dell’epatite Delta, la forma più aggressiva tra le epatiti virali croniche, capace di provocare danni al fegato così gravi da rendere necessario il trapianto. Un recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine (NEJM), ha valutato l’azione di due farmaci innovativi che agiscono su un bersaglio chiave del virus. Un ulteriore passo avanti raggiunto anche grazie al contributo del team della Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano, diretto dal Prof. Pietro Lampertico, che è anche direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Digerente dell’Università degli Studi di Milano.

 

L’epatite D colpisce circa 12 milioni di persone nel mondo ed è associata a una rapida progressione verso cirrosi, carcinoma epatocellulare e insufficienza epatica. Per infettare le cellule del fegato, il virus HDV necessita dell’antigene di superficie (HBsAg) del virus dell’epatite B (HBV): un meccanismo oggi al centro delle nuove strategie terapeutiche.
Fino a pochi anni fa, le opzioni terapeutiche erano estremamente limitate e spesso gravate da importanti effetti collaterali. Un iniziale cambiamento è arrivato con bulevirtide, il primo – e al momento unico – farmaco approvato in Europa per il trattamento dell’epatite D cronica. Anche in questo caso, il team della Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano ha contribuito agli studi, anche questi pubblicati sul NEJM nel 2023 e 2024, che ne hanno dimostrato efficacia, sicurezza e dose ottimale, consentendone l’approvazione anche in Italia per i pazienti con malattia epatica in fase compensata. Nonostante questo progresso, resta forte il bisogno di terapie in grado di ottenere una soppressione virale completa e duratura.

In questo contesto si inserisce lo studio su due farmaci innovativi: tobevibart ed elebsiran. Tobevibart è un anticorpo monoclonale che si lega all’HBsAg, neutralizzando il virus e bloccandone l’ingresso negli epatociti. Elebsiran è invece un RNA interferente (siRNA) che agisce all’interno delle cellule epatiche riducendo la produzione dell’HBsAg, indispensabile per il ciclo vitale del virus Delta. L’azione combinata consente quindi di intervenire su due livelli complementari del ciclo virale.
Nello studio, i pazienti con infezione cronica da HDV trattati con tobevibart in monoterapia o in combinazione hanno mostrato una riduzione significativa dell’RNA dell’HDV e del marker di danno epatico (ALT), mantenuta fino alla 48ª settimana. In particolare, la terapia combinata è stata associata a un’elevata percentuale di RNA dell’HDV non rilevabile e a una marcata riduzione dei livelli di HBsAg. I trattamenti si sono dimostrati complessivamente ben tollerati, con effetti collaterali prevalentemente lievi o moderati.

Colpire l’antigene di superficie dell’HBV significa intervenire alla radice dell’infezione da virus Delta” spiega Pietro Lampertico, tra gli autori della pubblicazione. “Questi risultati aprono la strada a terapie sempre più mirate e personalizzate. La gestione dell’epatite D resta, infatti, complessa e il bisogno di terapie efficaci rimane elevato”.

Lo studio proseguirà per valutare la durata della risposta virologica e l’impatto di queste strategie sulla storia naturale della malattia. Serviranno ulteriori conferme, ma queste nuove opzioni terapeutiche potrebbero rappresentare un importante passo avanti nel trattamento di una delle malattie virali più aggressive e difficili da gestire.


A Phase 2 Trial of Tobevibart plus Elebsiran in Hepatitis D

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