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29/04 2019
Salute e Ricerca

Contro la sindrome dell'intestino corto un farmaco unico al mondo, si prescrive al Policlinico di Milano

— di Lino Grossano

  La sindrome dell'intestino corto è una patologia rara in cui l'intestino perde la maggior parte della sua capacità di assorbire i nutrienti. E' una malattia che porta a gravi complicazioni, ad un peggioramento della qualità di vita di chi ne soffre, e se non trattata può anche essere fatale. I pazienti infatti (soprattutto quelli più gravi) sono costretti ad alimentarsi esclusivamente per via endovenosa. Da poco però è disponibile anche in Italia un farmaco che potrebbe migliorare la situazione, e il Policlinico di Milano è stato individuato come centro unico per la sua prescrizione in Regione Lombardia.

  La molecola si chiama teduglutide ed è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale. "E' il primo e per il momento unico farmaco al mondo in grado di indurre un aumento della superficie di assorbimento intestinale - spiega Maurizio Vecchi, direttore della Gastroenterologia ed Endoscopia del Policlinico di Milano - Si tratta di un farmaco che ha indicazione in quei pazienti che sono condannati al momento a continuare una nutrizione per via solamente o prevalentemente endovenosa a causa di un'insufficiente funzionalità intestinale. E potrebbe permettere uno svezzamento da questa schiavitù o quantomeno una riduzione del fabbisogno".

  La sindrome dell'intestino corto è solitamente dovuta alla rimozione chirurgica di ampie porzioni di intestino, ad esempio per trattare un tumore, in seguito alla malattia di Crohn o ancora per un esteso infarto intestinale. I pazienti con questa sindrome soffrono di disidratazione, affaticamento, denutrizione, pericolosi squilibri degli elettroliti del sangue e vanno incontro all'indebolimento delle ossa e ad una progressiva perdita di peso. L'unica terapia è il supporto nutrizionale, per reintegrare endovena i nutrienti che l'organismo non riesce più ad assorbire. Il problema è che questa via di alimentazione alternativa, oltre a peggiorare la qualità di vita dei pazienti (bloccandoli ad una flebo per diverse ore ogni giorno) non migliora la capacità di assorbire i nutrienti ed è anche frequentemente associata a complicazioni gravi come infezioni, trombosi e danni al fegato. "Anche per questo - conclude Vecchi - è fondamentale poter utilizzare la terapia con teduglutide, in modo da migliorare l'assorbimento intestinale e riuscire a ridurre o addirittura ad annullare il bisogno di supporto nutrizionale endovena. Le nostre competenze serviranno proprio a valutare caso per caso le indicazioni a questo nuovo trattamento, e a tracciare per ciascuno il migliore piano terapeutico".