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28/05 2020
Salute e Ricerca

Covid-19, la prevenzione funziona: positivo solo 1.25% trapiantati di fegato, quasi sempre con sintomi molto lievi

Studio del Policlinico di Milano su 640 pazienti: a proteggerli anche il vaccino anti-influenzale e le tecnologie digitali per il monitoraggio a distanza

Mascherine, lavaggio costante delle mani ma anche la protezione data dal vaccino anti-influenzale. Tre fattori che, uniti alle tecnologie digitali per il costante monitoraggio a distanza dei pazienti, hanno permesso di stabilire una cosa importante: nonostante la Lombardia sia la regione più colpita dalla pandemia da Covid-19, le persone sottoposte a trapianto di fegato che hanno seguito queste raccomandazioni sono risultate ampiamente protette dal contagio. Infatti, su 640 pazienti del Policlinico di Milano analizzati durante il primo mese della pandemia, solo l’1.25% è risultato positivo al coronavirus, e nella quasi totalità dei casi i sintomi erano comunque lievi. Un dato significativo, dato che dopo un trapianto i pazienti devono seguire per tutta la vita delle terapie che sopprimono il sistema immunitario, e sono quindi molto più esposti alle infezioni.

   La conferma sull’efficacia della prevenzione arriva da uno studio pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology che ha come prima ricercatrice Maria Francesca Donato, esperta epatologa del Policlinico di Milano, in collaborazione con Federica Invernizzi, Pietro Lampertico (direttore Gastroenterologia ed Epatologia) e Giorgio Rossi (direttore Chirurgia generale e Trapianti di fegato). Lo studio ha visto, in particolare, che l’81% dei pazienti aveva seguito almeno due delle misure preventive consigliate, e che il 71% era vaccinato contro l’influenza stagionale, come consigliato dagli epatologi. Solo il 5.3% di loro (34 pazienti) ha sviluppato sintomi simil-influenzali e durante il picco pandemico  (fase 1) Covid-19  è stata diagnosticata in 8 pazienti (l’1.25% del totale): la stragrande maggioranza di loro ha avuto una sintomatologia lieve-moderata che ha richiesto il ricovero in 5 pazienti, nessuno in rianimazione.

   “Questo studio – commenta Maria Francesca Donato – seppur preliminare ha solide basi, dato che il numero dei pazienti analizzato è molto significativo. E soprattutto i suoi dati preziosi perché sono omogenei, dato che tutte le persone coinvolte afferiscono al nostro Centro di riferimento”. La pandemia, aggiunge l’esperta, “è esplosa come un uragano in Lombardia e ha trasformato la quasi totalità degli ospedali regionali, riducendo drasticamente o addirittura chiudendo gli accessi agli ambulatori, ai reparti e ai day hospital specialistici. Si è venuto a creare quindi un vuoto nella gestione pratica dei pazienti cronici. E’ emerso immediatamente il problema di come gestire i nostri 700 trapiantati di fegato all’ambulatorio di Epatologia Trapiantologica, per gestire la terapia immunosoppressiva e le possibili complicanze post-intervento. Per questo avevamo bisogno di capire che impatto avesse avuto l’emergenza sanitaria per Covid-19 sui pazienti: e per farlo abbiamo fotografato lo stato di salute dei trapiantati di fegato seguiti in Policlinico durante tutte le fasi della pandemia”.

   Gli autori dello studio hanno innanzitutto contattato tutti i pazienti “per trasmettere loro l’importanza delle misure preventive necessarie a ridurre il contagio da coronavirus (lavaggio frequente e/o disinfezione con soluzione alcolica  delle mani; riduzione delle uscite pubbliche in luoghi affollati, osservanza  della distanza di sicurezza interpersonale, utilizzo di mascherina nei luoghi pubblici). A partire da Marzo, durante il picco pandemico, abbiamo progressivamente trasformato le visite di controllo implementando una rete di comunicazione digitale con i pazienti, le famiglie e i loro medici di medicina generale. Per i pazienti più fragili e per le persone sottoposte da poco a trapianto, invece, abbiamo riservato un percorso dedicato che permettesse loro di proseguire le visite in ambulatorio in tutta sicurezza”.

   Questa strategia di sorveglianza, prosegue l’esperta, “ci ha permesso di identificare in fase iniziale quei pazienti trapiantati che avevano sviluppato sintomi molto sospetti per infezione da coronavirus e di seguire tutto il loro percorso diagnostico-terapeutico interagendo con i medici curanti ed i medici ospedalieri in caso di ricovero. La loro evoluzione clinica è stata favorevole nella maggior parte dei casi: questa esperienza, in un scenario così delicato come quello trapiantologico, è stata incoraggiante se confrontata con il dramma che tutti noi abbiamo vissuto durante la pandemia. I nostri risultati dimostrano che i pazienti trapiantati e quindi in terapia immunosoppressiva non sembrano  a maggiore rischio di fronte a Covid-19”.  L’aggiornamento del profilo clinico dei nostri pazienti  insieme all’utilizzo dei tests sierologici  potrà meglio chiarificare il ruolo che  questa infezione ha avuto anche a medio e lungo termine.

   I dati ricavati dallo studio, quindi, “sottolineano due aspetti fondamentali: il primo è la necessità di spingere e implementare sia il ruolo delle tecnologie digitali a supporto del rapporto medico specialista-paziente con patologia cronica, sia l’efficienza delle reti informative tra Ospedali di riferimento e sanità sul territorio. Il secondo – conclude Maria Francesca Donato – è l’importanza della prevenzione, che nel caso delle malattie infettive deve anche spingere verso l’adesione dei pazienti alle vaccinazioni ad oggi disponibili ed a quelle che verranno”.


HEALTH STATUS OF LIVER TRANSPLANTED PATIENTS DURING THE CORONAVIRUS OUTBREAK IN ITALY: A LARGE SINGLE CENTER EXPERIENCE FROM MILAN