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02/05 2019
Salute e Ricerca

Giovani si diventa: intervista a Matteo Cesari

— di Nino Sambataro

Quarantacinquenne, romano, un passato da giocatore di basket. Non stiamo parlando del protagonista di una fiction italiana, ma del direttore della Geriatria del Policlinico di Milano, Matteo Cesari, uno dei massimi esperti mondiali nel suo campo. Basti pensare che all’attivo ha qualcosa come più di 400 pubblicazioni scientifiche e che è incluso fra le “The World’s Most Influential Scientific Minds”, ovvero le menti scientifiche più influenti al mondo: i suoi articoli sono in assoluto i più citati del settore dalla comunità accademica. Ma nonostante questo, vi assicuriamo che è simpatico.

Si è laureato in Medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e già durante la specializzazione il suo professore ne vide le potenzialità e lo mandò a fare un dottorato di ricerca in Medicina Preventiva in Età Geriatrica negli Stati Uniti, dove finì per rimanere a lavorare per quasi sette anni. Le offerte di lavoro non mancavano. Sarebbe potuto rimanere in uno dei maggiori centri di ricerca in North Carolina o in Florida, trasformandosi in un classico esempio di fuga di cervelli. E invece no. La domanda sorge spontanea, perché è tornato?

“Volevo riprendere a lavorare a Roma. E poi…” Poi ci sono anche ragioni personali. Infatti, tornato in Italia, si è sposato e ha avuto tre bambini. “Benedetta, Paolo e Francesca”, dice con orgoglio di papà. Paolo e Francesca? “Sì, io e mia moglie inizialmente non abbiamo pensato a quest’assonanza dantesca…”. Eh, a volte anche alle grandi menti può sfuggire qualcosa.

In Italia tuttavia non si ferma a lungo, perché riceve presto un’offerta che non può rifiutare: è chiamato a dirigere il Centro di Ricerca del Gérontopole di Tolosa, in Francia, un riferimento per la medicina geriatrica a livello mondiale.

Ma che cosa ricercavate, la formula dell’immortalità? “In realtà gli studi nell’ambito della Geriatria non mirano solo a prolungare l’aspettativa di vita delle persone, ma soprattutto a migliorarne la qualità di vita e a renderle il più a lungo possibile autonome”. In effetti, come prima cosa, non ci eravamo dimenticati di chiedergli perché, tra tante specialità, avesse scelto proprio la Geriatria. “Perché volevo seguire una specialità che abbracciasse la persona nella sua interezza. Non volevo diventare il super esperto di un solo organo o apparato. Per questo le opzioni principali che avevo erano la Medicina Interna, la Pediatria o, appunto, la Geriatria. E devo dire che la mia storia personale mi ha aiutato nella scelta. Ho avuto infatti la fortuna di conoscere tre dei miei nonni, che sono stati un punto di riferimento per me, con il loro modo di essere e il loro stile di vita”.

Parlando con Matteo Cesari si capisce subito che il suo approccio non è solo scientifico e professionale, ma prima di tutto umano. Non parla mai di anziani, ma di persone. “Purtroppo - ci spiega - tra i tanti razzismi ne esiste uno particolarissimo, che viene definito in gergo anglosassone ageism, e che descrive l’atteggiamento di pregiudizio nei confronti della persona in base alla sua età. Si tratta di una discriminazione estremamente fastidiosa anche perché nasconde una irriconoscenza verso coloro che ci hanno permesso di essere noi stessi e hanno di fatto costruito il benessere nel quale viviamo”.

A questo punto però, non possiamo esimerci dal chiedergli qual è la soglia di età che definisce la persona anziana. Lui scuote risolutamente la testa.
“Per favore, non parlatemi di soglie! L’età è solo uno dei fattori in gioco, perché ce ne sono molti altri. Ci sono persone con un’età anagrafica giovane, ma con problematiche tipiche delle persone anziane. Penso ad esempio alle persone con patologie croniche, che vivono una situazione di fragilità e devono assumere terapie farmacologiche per tutta la vita. E viceversa ci sono persone ultrasettantenni, con uno stato di salute ed una condizione fisica giovanili. Anzi, sono sempre di più le persone con queste ultime caratteristiche”.

Ma esiste una formula per rimanere giovani? “Beh, da una parte ci può essere la predisposizione genetica. Ci sono però molti fattori sociali, comportamentali ed ambientali, oltre che prettamente clinici, che possono giocare un ruolo anche maggiore. Voglio dire che per invecchiare bene non ci si può occupare solo di diagnosi e terapie farmacologiche. Non basta trattare la malattia di una persona anziana e poi rimandarla a casa, senza tenere conto delle sue funzioni e dell’ambiente in cui ritorna. Il Sistema Sanitario dovrebbe cercare di integrare quanto più possibile i servizi ospedalieri e quelli sul territorio per meglio rispondere alle esigenze e alle priorità di una popolazione eterogenea e complessa. Per questo noi lavoriamo a stretto contatto con gli assistenti sociali, cerchiamo le interazioni con le altre specialità del Policlinico e cerchiamo di svilupparci a supporto dei servizi territoriali. Proprio l’integrazione delle conoscenze ed il 'fare rete' è la sfida di oggi e dei prossimi anni”.

Una sfida, non abbiamo dubbi, che Matteo Cesari e il suo staff di specialisti hanno raccolto e che vogliono a tutti i costi vincere.

Per scoprire di più, cerca “Matteo Cesari” su www.policlinico.mi.it

Tratto da "Blister 06", il magazine del Policlinico per curare l'attesa