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11/10 2022
Salute

Senza parole: quando è la dislessia a rendere più difficile leggere

— Lino Grossano, con la consulenza scientifica di Maria Antonella Costantino, neuropsichiatra

   Il modo in cui parliamo e leggiamo racconta, in qualche modo, ciò che siamo. C'è chi è di poche parole, magari perché è di indole riservata e ama rifugiarsi nei libri; c'è chi parla molto e non riesce a contenere il flusso dirompente dei pensieri, oppure chi odia leggere e preferisce esperienze di vita più pratiche. In mezzo ci sono tante sfumature, e tra queste c'è quella delle persone con dislessia. Chi è dislessico ha difficoltà a decifrare certe parole scritte, trova più complicato leggere senza 'inciampare' nelle frasi e in alcuni casi nel comprendere quello che ha appena letto. Non è una questione di intelligenza (la dislessia non ha nulla a che vedere con il quoziente intellettivo), ma è un disturbo specifico dell'apprendimento: significa che chi ha la dislessia potrebbe fare più fatica di altri ad imparare cose nuove con i metodi convenzionali. Ma, adattando il modo di apprendere, i dislessici hanno esattamente le stesse opportunità di tutti gli altri. Ne abbiamo parlato con Antonella Costantino, direttore della Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza (UONPIA) al Policlinico di Milano.

 

Cos'è la dislessia?

E' uno dei disturbi specifici dell'apprendimento: in questa categoria rientrano altri problemi come la disgrafia, che consiste in una difficoltà grafica che coinvolge anche lettere e numeri, e la discalculia, che con la capacità di automatizzare il calcolo e ”lavorare” con i numeri. La dislessia coinvolge almeno 180 mila bambini in Italia: è quindi un problema piuttosto diffuso, che recentemente abbiamo imparato a riconoscere meglio e più precocemente grazie all'attenzione sia dei genitori sia degli insegnanti a scuola.

 

Perché certe persone sono dislessiche?

La dislessia non va vista come un difetto cognitivo (non lo è), ma potremmo considerarla come un diverso modo che quell'individuo ha per apprendere e ragionare. Ci sono persone che hanno una forte tendenza a sfruttare le conoscenze acquisite, e ce ne sono altre che invece sono più portate ad esplorare per cercare di acquisire nuove informazioni: sono due modalità di pensiero diverse ma complementari, che rendono un gruppo di persone più ricco e versatile. La persona dislessica ha quindi un cervello che funziona bene, esattamente come quello degli altri, ma ha dei 'circuiti' che funzionano in modo differente: ha magari più difficoltà ad imparare attraverso la lettura e la scrittura, ma esprime tutte le sue potenzialità quando può apprendere attraverso esempi concreti o con la lettura ad alta voce fatta da altri.

 

Come ci si accorge che un bambino è dislessico?

I genitori sono i primi osservatori attenti del proprio bimbo, ma anche gli insegnanti della scuola giocano un ruolo fondamentale. I primi segnali potrebbero arrivare dalle competenze che il bambino acquisisce mano a mano che cresce: ogni individuo ha i suoi ritmi nell'apprendimento, c'è chi inizia a parlare molto precocemente e chi ci mette più tempo, chi ha qualche difficoltà in più nell'iniziare a camminare e chi invece sviluppa rapidamente la confidenza con il proprio corpo e l'equilibrio. Ma al di là delle normali variabili individuali, che sono sempre presenti e che vanno sempre tenute in considerazione, bisogna valutare la discrepanza tra l'acquisizione di certe competenze e l'atteso per determinate fasce di età. Se ad esempio per un bambino è molto difficoltoso imparare a leggere, oppure ha problemi a pronunciare le parole che sta leggendo ma non a parlare, si può sospettare un disturbo di questo tipo.
Ovviamente, la variabilità individuale deve tenere conto anche dei tanti fattori ambientali che potrebbero influire: ad esempio, un bambino migrante che ha poca dimestichezza con la nostra lingua potrebbe avere qualche difficoltà in più nell'imparare a leggere o nell'esprimersi, senza che questo comporti necessariamente un disturbo specifico dell'apprendimento.

 

Cosa fare se un bambino è dislessico?

Esistono dei test che ci consentono di valutare la dislessia, ma è necessaria la competenza di un professionista per poter interpretare correttamente i risultati. Il primo passo da fare non è quello di rivolgersi ad un servizio di neuropsichiatria infantile, come si potrebbe pensare; ma è sicuramente più opportuno un intervento di potenziamento, che consiste nell'adattare le modalità di apprendimento alle necessità specifiche del bambino: ad esempio giocando con le parole, o leggendo ad alta voce i libri illustrati. Solo quando questo approccio non dà i risultati sperati potrebbe essere opportuno rivolgersi ad un’equipe che include neuropsichiatra infantile, psicologo e logopedista per il percorso di valutazione. Dopo la conferma della diagnosi va capito quale è l’intervento più adatto per ciascuno. Possono essere opportuni  interventi di riabilitazione, ma sempre servonointerventi compensativi, interventi cioè che aiutano a imparare comunque con strategie che consentono di aggirare l’ostacolo e non restare indietro per la fatica della lettura e scrittura: qualche bambino potrebbe trovare utile usare delle mappe concettuali, qualcun altro potrebbe sfruttare al meglio la lettura con il computer o la dettatura dei testi.   
E' quindi importante ricordare che l'obiettivo è trovare le strategie giuste per superare e compensare le eventuali difficoltà: se il bambino non ha altri disturbi del neurosviluppo, e il suo problema è lieve, ci sono buone probabilità che riesca ad imparare e ad avere una qualità di vita esattamente come quella di chiunque altro.