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09/04 2021
Salute e Ricerca

Gli effetti di Covid-19 e dell’attività fisica sulla malattia di Parkinson

— di Valentina Meschia

Il  Parkinson, una volta chiamato Morbo di Parkinson, è una malattia che colpisce il cervello, in particolare i neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore essenziale soprattutto per il movimento. Si tratta di una patologia neurodegenerativa ad eziologia ignota, cioè non se ne sa la causa, che porta alla morte di questi specifici neuroni.

Si può prevenire? Ci sono persone più colpite? È ereditaria?

Per meglio conoscere questa patologia ne abbiamo parlato con Mario Rango, neurologo del Policlinico, specializzato nella malattia di Parkinson.


Abbiamo detto che non si conosce la causa del Parkinson, ma ci sono fattori che possono predisporre alla sua insorgenza?

Si pensa che la malattia di Parkinson sia causata da una combinazione di fattori ambientali e genetici. È stata osservata una maggior presenza della malattia, in persone che avevano vissuto in aree rurali in cui, soprattutto in passato, venivano utilizzati diserbanti ed insetticidi. Anche l’esposizione continua a sostanze chimiche, a solventi organici (es: colle dei calzolai) o a metalli pesanti possono predisporre all’insorgenza della malattia. Così alcuni lavori, come il saldatore e i ripetuti traumi cranici come accade in alcuni sport di contatto (es: pugilato) o di squadra (es: calcio).

Oltre a queste categorie di persone, qual è l’incidenza di questa malattia nella popolazione in generale?

I dati mostrano che gli uomini sono più a rischio delle donne, e così la popolazione caucasica rispetto a quella africana o asiatica. Il motivo potrebbe derivare dal tipo di lavoro svolto che porta maggiormente gli uomini a fare mansioni che li espone a molte sostanze e all’industrializzazione tipica delle aree caucasiche.

Quando si pensa al Parkinson subito lo si associa al tremore. Ma è l’unico sintomo?

Sicuramente il tremore a riposo o mentre si cammina è il sintomo più conosciuto, anche se non tutti i tremori sono dovuti al Parkinson. Accanto a questo, ci sono altri campanelli d’allarme come la lentezza e il rallentamento nei movimenti e della camminata, la postura incurvata in avanti, la rigidità degli arti e dei muscoli, e l’ipomimia, cioè la riduzione dell’espressività facciale e dell’ammiccamento.
Ma non solo, le persone affette da Parkinson presentano sintomi non motori meno specifici, come: problemi del sonno, stipsi, ansia, depressione, affaticamento, percezione ridotta degli odori, ipotensione arteriosa ortostatica, ipofonia/disturbi del linguaggio, disturbi di equilibrio, problemi neuropsicologici (memoria, orientamento).

In che senso non tutti i tremori sono associati a Parkinson?

È opinione comune associare il tremore a questa malattia, ma molti casi di tremore non sono dovuti ad essa. Ne sono un esempio i tremori accentuati tipici dell’anziano che si possono osservare nelle braccia quando tengono  un oggetto in mano o le braccia tese. Prima di fare una autodiagnosi, è bene parlarne con il proprio medico per valutare insieme il tremore.

Ma è una malattia dell’anziano?

Non proprio. Siamo abituati ad associare il Parkinson ai nonni e alle persone anziane, ma in realtà tipicamente i primi sintomi compaiono dopo i 50 anni e in questo caso si parla di malattia di Parkinson ad insorgenza tardiva. Ma esistono anche forme, più rare, che colpiscono prima dei 50 anni e in quel caso viene definita ad insorgenza precoce.

Abbiamo parlato di fattori genetici. Si tratta quindi di una malattia ereditaria?

Le mutazioni genetiche influiscono in maniera differente sulla comparsa della malattia (età di insorgenza, sintomi, decorso). Nella malattia di Parkinson ad insorgenza tipica, cioè dopo i 50 anni (sesta-settima decade di vita), si può dire che raramente sono presenti alterazioni genetiche legate alla malattia e quindi la malattia non è generalmente su base ereditaria. Mentre, nelle forme di Parkinson ad insorgenza precoce, sotto i 45-50 anni, è più frequente una ereditarietà per la presenza di specifiche mutazioni genetiche. Si conta che meno del 10% di casi di Parkinson sono dovuti primariamente a cause genetiche, perché come detto la comparsa dipende da una combinazione di diversi fattori.

Ad oggi ci sono cure specifiche?

Non esiste una cura definitiva e risolutiva. Esistono terapie farmacologiche e non farmacologiche per il controllo dei sintomi. Quella più vecchia ed efficace è quella con L-Dopa. Esistono poi altri farmaci che imitano l’effetto della dopamina ne inibiscono la distruzione oppure ne potenziano/prolungano l’effetto.  A questi vengono associati altre terapie in base ai sintomi. Il percorso di cura è personalizzato ed adeguato nel tempo sulla singola in base alla sua storia clinica. La ricerca continua in tutte le direzioni per meglio comprendere cause e meccanismi per trovare una cura efficace.

Si può prevenire?

Sebbene come abbiamo visto esistono alcuni fattori di rischio ambientali da evitare, ad oggi l’unica forma di prevenzione raccomandabile è l’attività sportiva: praticare una regolare attività fisica 3-4 volte alla settimana, secondo l’evidenza scientifica, riduce la possibilità di insorgenza della malattia. Ma anche il Tai Chi o il ballo, sono consigliate. L’effetto positivo del movimento sul Parkinson sembra derivare dal fatto che lo sport richieda un coinvolgimento diretto dei muscoli, coordinazione e concentrazione, tenendo attivo corpo e mente.
Viceversa, rispetto ad altre patologie gli studi ad oggi, non hanno mostrato un legame preventivo tra il seguire una alimentazione sana e stili di vita corretti, e la mancata insorgenza di Parkinson.

Che impatto ha avuto la pandemia da Covid-19 sui pazienti affetti da malattia di Parkinson?

Non ci sono ancora studi sugli effetti clinici di questa infezione e sulle sue potenziali complicanze a breve e lungo termine. Sappiamo che la maggior parte delle persone con Parkinson è anziana e l'età è un fattore di rischio per le forme più gravi di Covid-19 e che i sintomi presentati sono gli stessi di chi non ha il Parkinson. Tuttavia, come accade per altre infezioni, i pazienti che contraggono il virus, possono presentare un peggioramento della malattia di Parkinson. Infine, la difficoltà ad accedere alle strutture sanitarie e il minore esercizio fisico dovuto alle varie restrizioni, hanno influito negativamente sull’aspetto psicologico di questi pazienti, in genere più sensibili allo stress.

 

L’11 Aprile è la Giornata Mondiale del Parkinson, data di nascita di James Parkinson, il medico inglese che nel 1817 descrisse per la prima volta la “paralisi agitante”, fu istituita nel 1997 dall’European Parkinson's Disease Association (EPDA) per sensibilizzare e informare su questa malattia neurodegenerativa.