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22/05 2020
Salute e Ricerca

#COVID19. La pandemia non ha mai fermato l’oncologia del Policlinico di Milano

— di Valentina Meschia

L’epidemia da coronavirus ha costretto gli ospedali a rivedere la loro organizzazione e le modalità dell’assistenza sanitaria, con il solo obiettivo di salvaguardare la salute di tutti. Grande attenzione è stata data a chi non poteva aspettare la fine della pandemia da Covid-19 per tutelare i propri bisogni di salute. È il caso dei pazienti oncologici per i quali è necessario non solo attuare misure di prevenzione maggiori, ma attivare percorsi di cura e follow up specifici in base alla storia clinica del paziente.

«I pazienti oncologici sono pazienti fragili, immunodepressi o con sistema immunitario debole a causa delle terapie, e spesso anziani», spiega Francesco Grossi, direttore dell’Oncologia Medica del Policlinico di Milano. «Durante l’emergenza i reparti di oncologia medica hanno continuato a lavorare quasi a pieno regime. Al Policlinico sono stati creati fin da subito percorsi sicuri per i pazienti oncologici, con acceso limitato ai reparti e visite telefoniche, in cui l’oncologo legge gli esami al telefono assieme il paziente e solo in caso di necessità fissa esami più approfondita “dal vivo”».

Ma come il diffondersi del virus ha influenzato l’attività clinica delle unità di Oncologia Medica in Italia?
A dare risposta è una indagine del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo), coordinata dal prof. Grossi, da cui è emersa una riduzione delle attività di screening per la prevenzione di diverse neoplasie, dovuta sia alla mancanza di personale sia al timore dei pazienti di recarsi in ospedale. Da questi risultati, si prevede nei prossimi mesi una maggior richiesta di esami diagnostici con conseguente aumento della diagnosi di tumori: «sarà quindi importante continuare a mantenere le buone pratiche attuate finora con triage su tutti i pazienti, limite delle visite ai malati, uso dei dispositivi di protezione individuale e ingressi scaglionati nelle sale d’attesa per garantire il distanziamento sociale. Si sta valutando anche di fare il tampone o il test sierologico a tutti a tutti i pazienti prima di sottoporli alle terapie oncologiche», conclude Francesco Grossi.