notizia
17/04 2019
Cultura

Mi diano almeno 2mila Lire!

— di Valentina Regonesi

“Sono in ritardo nella consegna del quadro! Ho ricevuto oggi una lettera dell’Ospedale Maggiore che mi sollecita nella consegna dell’opera, ma non so come mi sia immaginato che dovessi consegnarlo alla metà di marzo... in effetti, rileggendo le loro lettere, l’Ospedale parlava di esporlo già a marzo... sarà per la Festa del Perdono, dove sotto i portici della Ca’ Granda vengono esposti i quadri di tutti i Benefattori... Devo fare bella figura, mi metto subito all’opera per dare gli ultimi tocchi... chissà poi se la cornice per la tela ce l’hanno loro oppure devo provvedere io... gli scriverò, così ci mettiamo d’accordo anche per la consegna. Che onore eseguire questo ritratto per l’Ospedale Maggiore! Quando ho ricevuto la commissione ho subito scritto loro che accettavo, doppiamente volentieri, dato che verrà destinato a questa istituzione milanese, sociale e cristiana! Certo, se devo dire la verità, una tela di tali dimensioni che porta la mia firma sarebbe quotata al mercato d’arte almeno 10mila Lire in oro... l’Ospedale invece me ne offre solo mille: vabbè, farò un’eccezione, ma pure loro dovranno farla, mi diano almeno 2mila Lire!”

Lo scambio epistolare di Giovanni Segantini con l’Ospedale Maggiore è davvero curioso: si vede quanto l’artista sia onorato di eseguire un’opera per la Ca’ Granda, ma ci tiene anche molto a difendere il proprio valore e la fama che ormai ha acquisito nei mercati d’arte italiani e stranieri. Le lettere in originale sono oggi conservate nell’Archivio storico.

Giovanni Segantini alla fine, nonostante i solleciti, non consegnò per tempo il quadro del benefattore. L’opera, su richiesta dell’artista e con il benestare dell’Ospedale, venne allora inviata all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1897, e poi sempre nello stesso anno alla mostra di Vienna. Il quadro giunse all’Ospedale nell’agosto del 1898 e oggi si trova nel caveau dove sono conservati oltre 900 quadri dei Benefattori della Ca’ Granda. Raffigura Carlo Rotta, padre del benefattore Giuseppe Rotta. Questi nel 1888 lasciò un’eredità all’Ospedale, vincolandola all’obbligo di far eseguire, oltre al proprio ritratto, anche quello del padre Carlo e della propria moglie. Carlo Rotta è raffigurato nel suo studio, con una mano appoggiata allo scrittoio e lo sguardo stanco e perso nel vuoto. La luce proveniente dalla lampada sul tavolo è calda e avvolgente, in contrasto rispetto al paesaggio che si intravede fuori dalla finestra: neve e freddo, simboli di una vita ormai giunta al termine. Sullo sfondo si notano due uomini trasportare un malato nella classica barella dell’epoca, una lettiga sormontata dallo stemma ospedaliero della colomba: un chiaro richiamo all’Ospedale e alla dedicazione del quadro in tal senso.

La tecnica divisionista, portata ad un livello di grande raffinatezza nelle opere che, come questa, appartengono agli anni estremi del Segantini, si impreziosisce ulteriormente nel ritratto di Carlo Rotta per l’uso di polvere d’oro frammista alla tempera: procedimento che, come è stato rilevato, Segantini adottava soprattutto nei dipinti che voleva caricare di un particolare significato simbolico.

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*testo tratto da Blister, il Magazine del Policlinico di Milano