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27/12 2018
Salute e Ricerca

Là dove si coltiva la vita

— di Roberto Moroni Grandini, referente Hospice e Cure Palliative del Policlinico di Milano - a cura di Nino Sambataro

Uno perché è simbolo di fecondità, un altro perché rappresenta la longevità e la speranza, un altro ancora perché ha significato di vita gioiosa e prospera e infine l’ultimo, che simboleggia il rinnovamento e l’eterno flusso della vita. Melograno, ulivo, fico e vite. Quattro alberi sacri nella tradizione mediterranea. Quattro simboli, oltre che quattro piante dai frutti gustosi, che ornano l’Hospice Cascina Brandezzata del Policlinico di Milano.

Quattro simboli non scelti a caso, perché quando si parla di Hospice nell’immaginario collettivo nascono subito pensieri di morte e di sentenza irrevocabile. E’ vero, negli Hospice, nati alla fine del secolo scorso in Inghilterra e oggi sempre più diffusi anche in Italia, vengono ricoverati pazienti in fase avanzata o terminale di malattia. Il suo scopo però è quello di garantire la migliore qualità di vita possibile anche in condizioni di non guaribilità, praticando le Cure Palliative, cioè cure che permettono di supportare pazienti che non rispondono ai trattamenti mirati alla guarigione completa della malattia. Curare dove non si può più guarire.

Curare il dolore prima di tutto e gli altri sintomi della malattia in fase avanzata, ma anche favorire la tranquillità e la serenità che si può trovare comunque anche nelle condizioni apparentemente più difficili. Il compito degli Hospice è quello di aiutare le persone malate e le loro famiglie, i loro amici, i loro cari, ad individuare le loro priorità, i desideri da mettere in cima alla lista e capire insieme quanto si può fare. A vivere la propria vita fino in fondo. E’ una questione di diritto e non di carità: oggi, finalmente, anche le normative regionali e nazionali l'affermano con vigore e risolutezza. Tutti, anche i malati più gravi, anzi soprattutto questi, hanno diritto ad un'assistenza pubblica qualificata e competente. Ed essere affetti da una malattia oncologica o non oncologica in fase avanzata non significa "non c’è più nulla da fare". Significa apprezzare la vita anche nei suoi momenti più difficili, non alimentando illusioni, ma coltivando la speranza.

In Hospice il tempo si modella sul tempo del paziente. Non c’è un orario fisso per accedere alle stanze, per mangiare,  anche per lavarsi. Ognuno trova un tempo a sua misura, un tempo che lo tuteli, che ne preservi la fragilità. C’è una ricerca costante dei valori delle piccole cose. Si impara, pazienti ed operatori insieme, a dare significato ai singoli piccoli gesti. Si impara a chiedere aiuto e a darlo. Si impara che fico, melograno, ulivo e vite sono i simboli dell’uomo e della donna e che vanno coltivati con passione, con amore e con speranza. Si impara la dolcezza della vita e della presenza dell’altro al proprio fianco. Si impara a non sentirsi soli. Si coltiva la vita.

 

Nato nel 2016, l’Hospice Cascina Brandezzata del Policlinico è accolto in un antico complesso rurale in via Ripamonti 428 a Milano, grazie anche al supporto della Fondazione LuVi e dell'oncologo Bruno Andreoni. E' una struttura dedicata alla cura dei pazienti con malattie che non rispondono più alle terapie specifiche: tumori soprattutto, ma anche cardiopatie, pneumopatie, epatopatie in fase avanzata e malattie neurodegenerative. In Hospice è attiva una équipe composta da medici specialisti in Cure Palliative, psicologi, infermieri, assistenti sociali e fisioterapisti in grado di supportare tutto il percorso di malattia del paziente e del suo nucleo familiare.

Per scoprire di più cerca "cascina brandezzata" su www.fondazioneluvi.org

Tratto da Blister 05, lo trovi in giro per l'Ospedale