notizia
11/08 2020
Salute e Ricerca

Tornare a respirare

— di Lino Grossano

Francesco ha 18 anni e li ha compiuti giusto due settimane prima che in Italia esplodesse la Covid-19. La pandemia gli ha cambiato letteralmente la vita: perché anche se era giovane e perfettamente sano, il virus lo ha infettato e gli ha danneggiato irrimediabilmente i polmoni, 'bruciando' ogni capacità di respirare normalmente. A salvarlo è stato un trapianto record effettuato al Policlinico di Milano, con un percorso che prima era stato tentato solo in Cina, dove la diffusione del coronavirus ha avuto inizio.

           

   Questa storia inizia il 2 marzo 2020, quando a Francesco - alto, in buona salute, senza alcuna patologia pregressa - viene la febbre alta. All'inizio nessuno si preoccupa, eppure ci vogliono solo quattro giorni perché precipiti tutto: il 6 marzo è così grave che deve essere ricoverato nella terapia intensiva alla tensostruttura dell'Ospedale San Raffaele di Milano, e solo due giorni dopo ha bisogno di essere intubato. La Covid-19 lo ha appena colpito, e non ha ancora smesso di fare danni.
   In poco tempo i polmoni del ragazzo sono così compromessi che il 23 marzo i medici lo devono collegare ad una macchina perché lo tenga in vita e lo aiuti a respirare. Da qui il danno è irrimediabile, non si torna più indietro. A metà aprile arriva il primo barlume di speranza: in un confronto con gli esperti della Chirurgia Toracica e Trapianti di Polmone del Policlinico di Milano si decide di tentare un'ultima risorsa, quella di donargli dei polmoni nuovi. Una cosa mai tentata finora, se non in pochi rari casi in Cina (e in un singolo caso a Vienna, eseguito quasi in contemporanea): sono gli stessi medici a definirlo "un salto nel vuoto".
   "Devo sottolineare la caparbietà e il coraggio dei colleghi del San Raffaele - racconta Mario Nosotti, direttore della Chirurgia Toracica del Policlinico - che, invece di arrendersi, ci hanno coinvolto in una soluzione mai tentata prima nel mondo occidentale. La nostra esperienza ha preso spunto da quella di Jing-Yu Chen dell’ospedale di Wuxi in Cina, che conosciamo personalmente e con quale abbiamo discusso alcuni aspetti tecnici, dal momento che si è trovato a fronteggiare il problema prima di noi".
   La strada da percorrere non è affatto semplice: tutti gli ospedali sono impegnati con la pandemia e ogni procedura, anche la più banale, ha bisogno di attenzioni e cautele che prima sarebbero state impensabili. Intanto gli esperti del Policlinico mettono in atto la loro strategia: i chirurghi toracici, insieme ai pneumologi, agli infettivologi, ai rianimatori, agli esperti del Centro Trasfusionale pianificano tutto nei minimi dettagli.

   Si mette in moto anche la macchina del Centro nazionale trapianti, in sinergia con il Centro regionale trapianti della Lombardia e il Nord Italia Transplant program. Francesco viene inserito in lista d’attesa urgente nazionale: è il 30 aprile. Viene immediatamente attivata la ricerca degli organi e pochi giorni dopo sembra esserci un donatore disponibile, ma risulta quasi subito non idoneo. Intanto il ragazzo continua a peggiorare e “le sue riserve – dice Nosotti – sembravano ormai prossime alla fine”. Pochi giorni dopo ecco la svolta tanto attesa: viene trovato un donatore adatto e gli organi vengono trasportati a Milano. Nel frattempo anche Francesco deve essere trasferito al Policlinico, in una speciale sala operatoria attrezzata per gli interventi Covid, dove è già pronta ogni cosa.
Ma non si tratta di un trapianto normale: tutto il personale della sala operatoria è protetto da pesanti dispositivi di protezione contro il virus, tra cui anche dei caschi ventilati, che impacciano i movimenti e affaticano in fretta. Tanto che vengono programmate sostituzioni regolari dei chirurghi, degli anestesisti e degli infermieri, in modo da permettere a tutti di riprendere fiato. Quando inizia l'intervento i chirurghi rimangono sorpresi davanti ai danni che il virus aveva provocato: "I polmoni apparivano lignei, estremamente pesanti e in alcune aree del tutto distrutti. E' stato poi confermato all’esame microscopico un diffuso danno degli alveoli polmonari, ormai impossibilitati a svolgere la loro funzione, con note di estesa fibrosi settale". L'intervento si conclude perfettamente: dopo circa 12 ore viene scollegata la macchina che tiene in vita il ragazzo e i nuovi polmoni iniziano a fare il loro lavoro. Viene utilizzato anche il plasma iperimmune, per contrastare ogni barlume di virus.
   Oggi Francesco, dopo la fisioterapia e un periodo in cui è stato assistito dal respiratore, è a casa e può condurre una vita praticamente normale. Ma anche se il peggio è passato il virus è ancora là fuori: non bisogna abbassare la guardia, nemmeno se le nostre armi, con questo intervento record, sono un po' più affilate di prima.