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10/10 2019
Attualità Salute

Incontri con persone straordinarie: intervista ad Antonio Pesenti

— di Nino Sambataro

Quando arrivo per intervistarlo, Antonio Pesenti alza lo sguardo al cielo. Poi si fa da parte e mi lascia entrare, con un secco “prego”, scuotendo la testa. Cominciamo bene, penso. Di solito alle persone fa piacere raccontarsi. O comunque non dispiace così tanto. Ma si sa che gli anestesisti sono medici un po' diversi dagli altri, abituati a fare un lavoro fondamentale, ma molto discreto. Con queste premesse, ritengo saggio iniziare l’intervista parlando di lavoro e di pubblicazioni scientifiche. L’aspetto umano verrà fuori dopo. Almeno spero.

 

Professore, da quanto tempo fa parte della squadra del Policlinico? Lo chiedo tanto per rompere il ghiaccio, ma so già la risposta. Antonio Pesenti è il direttore dell’Anestesia e Rianimazione del Policlinico dal 2015 e al contempo è anche direttore della Scuola di Specialità. Prima era direttore al San Gerardo di Monza. Comunque, mentre parla, prendo diligentemente appunti, con questi professori non si sa mai e non vorrei sembrare distratto.

Un dato che colpisce è quello relativo al numero di medici e infermieri che fanno parte del suo staff: “Circa 90 medici, più gli specializzandi e un centinaio di infermieri”, mi spiega. Sì, perché il Servizio di Anestesia e Rianimazione è trasversale a tutte le Medicine e gli anestesisti sono in tutte le sale operatorie dell’Ospedale, oltre che nella Rianimazione, ovviamente.

Dopo questo preambolo, mi sento di azzardare una domanda un po’ più personale. Anche se la prendo alla lontana: Ma che cosa spinge un giovane medico a specializzarsi proprio in Anestesia e Rianimazione?

“Mah, le ragioni sono tante. Io posso parlare della mia personale scelta…”

Volentieri!

“Diciamo che io ho sempre avuto un approccio molto scientifico alla Medicina. Mi interessava la sfida intellettuale, il lavoro di ricerca, più che l’aspetto manuale. Da questo punto di vista l’Anestesia mi ha dato grandi soddisfazioni, perché è Fisiologia applicata”, ovvero lo studio delle funzioni vitali degli organismi viventi.

Quindi, sapeva già che cosa voleva fare da grande?

“Si, anche se nel 1972 avevo iniziato un percorso in Chirurgia Toracica. Sempre qui, in Policlinico, nel gruppo di  Dinangelo Galmarini, facevamo Chirurgia sperimentale. Galmarini, per intenderci, è colui che ha iniziato il primo programma di trapianto di fegato in Italia, prima sperimentale e poi clinico. Devo dire che nella mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie. Veri e propri maestri”.

Poi però ha optato per l’Anestesia…

“Sì, anche perché a quei tempi a fare veramente il chirurgo si iniziava molto tardi, verso i quarant’anni. Io volevo subito mettermi alla prova. Poi un’altra cosa che mi ha sempre affascinato dell’Anestesia e della Rianimazione è il fatto che vedi in tempo reale gli effetti del tuo lavoro”.

Anche il percorso da anestesista lo ha iniziato al Policlinico?

“Sì. E proprio in Policlinico è stata aperta una delle prime Rianimazioni in Italia, nel 1967. Qui ho incontrato altri due medici di altissimo livello, Gaetano Iapichino e Luciano Gattinoni”, che sono stati i suoi predecessori in qualità di direttori dell’Anestesia e Rianimazione del Policlinico. 

Tornando al presente, so che per molti giovani medici è importante fare un periodo di formazione all’estero. Immagino, che questo valga anche per gli anestesisti.

“Un periodo all’estero è senz’altro formativo, soprattutto da un punto di vista umano e del carattere. Ma in Italia abbiamo un ottimo livello universitario e della ricerca. Comunque, per i nostri giovani ricercatori, attualmente, i due centri più importanti sono quelli di Boston e di Toronto”.

E lei, anche lei ha fatto un periodo di ricerca e formazione all’estero?

“Si, a Bethesda, al National Institutes of Health, tra il 1977 e il 1979... E anche qui non sono mancati gli incontri importanti. Qui ho conosciuto Theodor Kolobow, lo scienziato che ha inventato il primo polmone artificiale, che funzionava davvero”.

Ma quali sono oggi i suoi progetti per il Policlinico?

“Mi piacerebbe una maggiore umanizzazione delle cure. Oggi abbiamo una Terapia Intensiva con 12 letti insieme. La mia idea sarebbe quella di dividerla in stanze con al massimo 2 letti ciascuna. Sarebbe ottimale per i pazienti e per le loro famiglie, ma anche per gli operatori sanitari”.

Ma non le dispiace fare un lavoro discreto, che ha meno visibilità, rispetto a quello di altri medici?

“In realtà, quello che un po’ mi manca non è tanto la visibilità, quanto il rapporto con il paziente, che di solito quando arriva a noi non è contattabile”.

Inaspettatamente poi, il prof. Pesenti, mentre ancora sto prendendo appunti, si alza in piedi, immagino per congedarmi. E invece esclama: “Non mi ha invece chiesto nulla sulle foto dietro la mia scrivania!”

In effetti, non osavo. 

Allora mi racconta dei suoi due figli, il maschio è ortopedico, la figlia consulente d’azienda. E poi, ci sono le foto dei nipotini, ne ha cinque. E c’è anche qualche bello scorcio del mare, la vela è un’altra sua passione. Anche se un po’ trascurata per via del lavoro… Insomma, il lato umano, sotto sotto c’era.

Mentre lo saluto penso che forse, a furia di incontrare persone straordinarie, un poco straordinari si finisce per diventarlo.

 

 

Pionieri della 'macchina cuore-polmoni'

 

 

40 anni fa medici e ricercatori del Policlinico hanno contribuito a creare l'ECMO, la 'macchina cuore-polmoni' che ha rivoluzionato a livello mondiale le possibilità di curare un paziente con gravi difficoltà respiratorie. Oggi le loro ricerche continuano proprio in questa direzione, per perfezionare questo dispositivo e renderlo sempre meno invasivo sul paziente. L'ECMO è fondamentale anche a supporto dei trapianti, così come durante le epidemie influenzali. Il Ministero della Salute ha da subito riconosciuto la sua importanza, e ha creato una serie di team in tutta Italia per metterla a disposizione di tutti. In Lombardia, il riferimento sono proprio gli esperti del Policlinico di Milano.

 

Tratto da Blister 08, il magazine del Policlinico per curare l'attesa