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02/05 2026

#Benefattori Fiori di brillanti e fili di perle per curare i poveri: la preziosa eredità di luce e gioielli della carismatica Maria Valcarzel y Cordova

— di Valentina Castellano Chiodo

Elegante e preziosa come i suoi gioielli, dalla bellezza eterea e nobile quanto umile e profonda.

Fra i più prestigiosi ritratti della vasta Quadreria dei grandi benefattori dell’Ospedale Maggiore (oggi denominato Policlinico di Milano), brilla per sfarzo e significato quello di Maria Valcarzel y Cordova (1745-1802). Nata a Madrid ma milanese d’adozione dal 1780, la Marchesa De Los Balbases e Duchessa Del Sesto incarna un paradosso affascinante: un’esistenza trascorsa tra l’altissima nobiltà europea e una conclusione di vita votata all’umiltà francescana e alla generosità più concreta.


Una vita tra nobiltà e devozione
La biografia di Maria Valcarzel è segnata da tappe intense. Dopo un primo matrimonio con Giuseppe Ledenne, un ufficiale maggiore dei corazzieri che morì lasciandola vedova in giovane età, si unì in seconde nozze a Carlo Spinola, il marchese de Los Balbases e duca de Sesto, al quale portò una dote molto ricca e del quale acquisì i titoli nobiliari. Rimasta vedova per la seconda volta, assecondò la forte spiritualità rifugiandosi nella preghiera e nella carità: negli ultimi anni infatti scelse di entrare nell’Ordine delle Terziarie Francescane. Questa dualità, ovvero il fasto del rango e il rigore della fede, emerse prepotentemente prima di morire, per questo Maria volle essere sepolta solo con l’umile abito monacale e, nonostante il cerimoniale solenne tributatole dalla città.

 

Il Legato: perle e gioielli per la carità, l’impegno sociale e le giovani spose
Il testamento della Duchessa, redatto nel novembre 1801, rappresenta uno dei lasciti più cospicui nella storia della Ca’ Granda: nominando l’Ospedale Maggiore erede universale, Maria Valcarzel trasformò il proprio patrimonio in una risorsa vitale per la sanità milanese. Oltre a proprietà e rendite, Maria Valcarzel donò una collezione di gioielli dal valore da capogiro per l’epoca (stimata oltre 527.000 lire), che includeva collane e preziosi, descritte minuziosamente, citandone i pezzi come: “Collier di 30 perle, due gocce grosse di perle a forma di pera, un anello antico di un solo diamante con vera contornata di diamanti, altro collier di 45 perle, un anello con diamante color paglia, due brillanti uno quadrilungo e l’altro triangolare”. Il quadro la ritrae mentre indossa un diadema con due spettacolari fiori di brillanti e un filo di 24 perle sulla testa, oltre a due pendenti alla cintura. La sua generosità si spinse anche oltre l’ospedale perché lasciò una somma di denaro destinata a ragazze povere prive di dote, permettendo loro di sposarsi ogni 15 settembre presso l’allora altare della Vergine dei Sette Dolori in Santa Maria Beltrade.
 

La Duchessa protagonista nel backstage
Nelle foto il Responsabile dei Beni Culturali del Policlinico di Milano Paolo Galimberti e l'artista Letizia Carattini (impegnata nella creazione di un dipinto di un nuovo benefattore) intervistati dalla troupe di Rai Cultura in visita all’Archivio Storico, mentre realizza i contenuti per il programma Italia. Viaggio nella Bellezza, prossimamente in onda.

Il ritratto di Giosuè Sala: l’arte come testimonianza, l’iconografia del potere e del dono
Per onorare una simile benefattrice, l’Ospedale incaricò il pittore Giosuè Sala, detto il Saletta. L’opera è un capolavoro di simbolismo e precisione documentaria e non potendo ritrarla dal vivo, l’artista dovette ispirarsi alla maschera mortuaria realizzata da Anton Francesco Biondi, riuscendo però a restituire alla donna una vitalità regale. Nel dipinto, la Duchessa appare in piedi, elegantissima e circondata dai simboli della sua eredità: con una mano indica la facciata dell’antica Ca’ Granda (resa con tale realismo da riconoscere le sculture della facciata storica che erano state realizzate ad opera di Giovan Pietro Lasagna), mentre con l’altra tocca il proprio testamento. Sul tavolo, accanto al calamaio e alle penne d’oca, spicca lo stemma di famiglia, quasi a voler sigillare il passaggio definitivo della sua nobiltà dal sangue alla carità. Persino i gioielli descritti nel testamento — come i fiori di brillanti e il filo di 24 perle tra i capelli — sono riprodotti con minuzia, trasformando il quadro non solo in un omaggio estetico, ma in un vero e proprio inventario della sua generosità.

 

La campanella e il momento del testamento
Una chicca riguardo alla campanella che si vede nel ritratto e non è lì per caso: nel Settecento e nell'Ottocento era un oggetto fondamentale sulle scrivanie dei nobili ed è spesso raffigurata vicino ai documenti ufficiali (come il testamento che si vede nel quadro) per indicare che l’atto è stato appena concluso, pertanto la Duchessa che ha finito di dettare le sue ultime volontà può chiamare i testimoni o gli esecutori per sigillare le carte.

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