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08/04 2021

Il Nobel, l'amore e il Policlinico al tempo della Grande Guerra

— di Nino Sambataro

Milano, 18 luglio 1918

Caro diario, ultimamente ti ho un po’ trascurato, perché arrivo a sera sfinita dopo gli interminabili turni di questi giorni. Pare che la guerra stia per finire, ma i feriti e i mutilati, anche gravi, arrivano ancora ogni giorno.

Ieri poi hanno portato in corsia un ragazzone americano: è stato ferito gravemente alle gambe da un colpo di mortaio, che l’ha riempito di schegge e l’ha quasi azzoppato. E gli è andata anche bene a giudicare dalle ferite, che pare un San Sebastiano!

Me l’ha detto la mia amica Agnese, che è anche lei americana e i due s’intendono. Se non fosse stato per lei che fa la crocerossina all’ospedale militare e che gli ha pulito le ferite ogni venti minuti, quel poveraccio avrebbe perso le gambe. Mi ha detto che il chirurgo voleva amputare, quando l’ha visto. Certo, così si fa prima ed è più sicuro. Ma lei si è opposta, perché dice che per il ragazzo perdere le gambe sarebbe peggio che morire. E così non ha smesso mai di medicarlo, finché l’odore della cancrena è quasi scomparso e il chirurgo ha deciso di operarlo.

L’americano però non è mica uno sciocco e non si vuol fare operare dal chirurgo militare. Vuole il miglior chirurgo della città: dice che glielo dobbiamo, dato che è stato ferito per la nostra patria. E così lo hanno portato qui allo Zonda e lo opererà il nostro Professor Dottor Baldo Rossi.

Oggi poi l’Agnese è venuta a visitare il suo paziente ed è stata al suo letto almeno un’ora. Mi sa che lui è proprio cotto di lei. E non mi stupisce, dato che sono tutti innamorati di Agnese! Dal suo primario, ai chirurghi, ai pazienti. Ha una bella concorrenza il giovanotto americano, anche se gli danno una medaglia d’oro per il suo coraggio.

Ho cercato di capire se anche lei è innamorata e lo ricambia. Ma lei resta nel vago e guarda da un’altra parte. Dice che è molto affezionata a questo giovanotto di neanche vent’anni, mentre lei ne ha quasi trenta.

Ho proprio paura che il povero Ernesto Hemingway, così si chiama l’americano, ne avrà il cuore ferito peggio che le gambe.

 

Ernest Hemingway, riconosciuto tra i più importanti scrittori americani del Novecento, pubblicò nel 1929 uno dei suoi romanzi più famosi: Addio alle armi. La storia è basata sulle sue esperienze personali durante la Grande Guerra, e racconta anche degli affetti che provava per l'infermiera americana Agnes von Kurowsky, di stanza in Italia. Hemingway fu operato da Baldo Rossi, chirurgo del Policlinico di Milano, per le ferite riportate nel conflitto, e lo raccontò nel libro. Un volume che, peraltro, in Italia fu vietato fino al 1945 perché ritenuto lesivo dell'onore delle forze armate della dittatura fascista. Il romanzo intanto girò clandestinamente grazie a una traduzione di Fernanda Pivano, che per questo motivo venne arrestata a Torino nel 1943.

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